Making A Murderer, farsi il sangue amaro

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È il caso con cui si è chiuso il 2015 e aperto il 2016. A distanza di neanche un mese dall’uscita, la docu-serie di Netflix sta avendo l’attenzione che merita, sia per il prodotto in sè ma soprattutto per la storia che racconta. Una storia che, andiamo, va letta in un solo modo, come rappresentazione di un’insopportabile doppia ingiustizia di cui è stato ed è tuttora vittima Steven Avery. Dietro le sbarre per 18 anni prima, condannato all’ergastolo dopo. Due casi diversi, sempre innocente.

La serie in 10 episodi, disponibile anche in italiano (ci tengo a sottolinearlo per i più pigri) va assolutamente vista. Sono più di 10 anni di riprese, interviste, montaggi di prove, interrogatori e processi per cui è praticamente tutto lì il materiale su cui riflettere. E farsi il sangue amaro, cedere alla rabbia e poi cercare un modo per contribuire alla causa (personalmente ho firmato entrambe le petizioni finora pubblicate sul sito della Casa Bianca).

E se da una parte c’è Making A Murderer su Steven Avery, personaggio borderline della più profonda provincia americana, dall’altra c’è The Jinx (HBO) con protagonista Robert Durst, ereditiere milionario di Manhattan che pare abbia finito di farla franca dopo più di 30 anni tra sparizioni e omicidi. La miniserie in 6 episodi ha avuto un tale effetto sulle indagini che Durst è stato arrestato lo scorso marzo in seguito alla messa in onda della quinta puntata. Per me una delle cose migliori viste quest’anno.

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